
Questo articolo, scritto in esclusiva per i lettori di Cherry Times da Jesús Alonso, ricercatore spagnolo e membro del comitato scientifico di questa rivista, esamina i fattori fisiologici e agronomici che determinano l'impianto, la qualità dei frutti e la stabilità produttiva del ciliegio dolce (Prunus avium L.) nei modelli di coltivazione destinati alla produzione di ciliegie per il mercato del fresco.
La tesi centrale è che la produzione commercializzabile non dipenda da una singola pratica colturale, bensì da una sequenza integrata che ha inizio nel ciclo produttivo precedente con l'induzione florale e la formazione delle gemme a fiore; prosegue attraverso il soddisfacimento del fabbisogno in freddo invernale, l'accumulo termico primaverile, la fioritura, l'impollinazione e l'allegagione e culmina nelle fasi di accrescimento del frutto, maturazione e raccolta.
L’articolo, suddiviso in due parti, integra vari aspetti:
L'approccio adottato mette in relazione i meccanismi fisiologici con le evidenze agronomiche per supportare decisioni tecniche specifiche per il contesto, evitando di trasformare modelli termici, soglie critiche o interventi colturali in prescrizioni universali.
Il ciliegio dolce (Prunus avium L.) è una coltura frutticola temperata di alto valore, la cui redditività nei sistemi destinati al mercato del fresco dipende da uno stretto coordinamento tra clima, fenologia e gestione del frutteto. La produzione commerciale richiede che gli alberi entrino in fioritura con gemme a fiore ben formate, che abbiano soddisfatto il loro fabbisogno in freddo invernale, che accumulino calore primaverile in modo sufficiente e uniforme, che mantengano condizioni favorevoli per l’impollinazione e l’allegagione e che completino lo sviluppo del frutto attraverso un’integrazione equilibrata di disponibilità idrica, nutrizione, carico produttivo, architettura della chioma e mitigazione dei rischi climatici (Fadón et al., 2021; Fadón et al., 2023; Hedhly et al., 2004; Wani et al., 2014).
La produzione commerciale di ciliegio dolce è guidata dall’interazione di fattori fisiologici, agroclimatici e gestionali lungo tutto il periodo di pre-raccolta. La resa finale e la qualità dei frutti derivano da una sequenza di processi interdipendenti che inizia durante l’estate del ciclo precedente con l’induzione florale e la differenziazione delle gemme a fiore, prosegue in autunno e in inverno con l’induzione e il superamento della dormienza, viene determinata durante il germogliamento, la fioritura, l’impollinazione e l’allegagione e culmina nell’accrescimento del frutto, nella maturazione e nella raccolta (Fadón et al., 2015; Fadón et al., 2018a; Fadón et al., 2018b; Wani et al., 2014).
Questo capitolo si concentra sulla produzione commerciale di ciliegio dolce per il mercato del fresco. Sebbene molti dei processi discussi siano ampiamente applicabili al ciliegio dolce, il quadro interpretativo è particolarmente rilevante per i sistemi produttivi temperati, mediterranei e montani, dove irregolarità nel freddo invernale, gelate primaverili, stress idrico, piogge in fase di maturazione, grandine e altri eventi estremi possono compromettere la stabilità produttiva. Le interpretazioni devono quindi essere adattate a cultivar, portinnesto, altitudine, suolo, microclima, sistema di allevamento, infrastrutture disponibili, normative locali e obiettivo commerciale (Rojas et al., 2021; Nieto-Serrano et al., 2026).
La scala BBCH fornisce una descrizione standardizzata dello sviluppo del ciliegio dolce dalla dormienza e dallo sviluppo delle gemme fino alla fioritura, all’allegagione, all’accrescimento del frutto e alla maturazione (Fadón et al., 2015). Da questa prospettiva, i fattori di pre-raccolta possono essere interpretati come finestre successive di vulnerabilità e opportunità.
Alcune decisioni, tra cui la scelta del sito, della cultivar e del portinnesto, vengono prese al momento dell’impianto del frutteto e determinano per molti anni l’esposizione al freddo, alle gelate, il vigore, lo stato idrico dell’albero e l’epoca di maturazione. Altre, come irrigazione, nutrizione, potatura, regolazione del carico produttivo e protezione da pioggia o gelo, agiscono durante specifiche fasi fenologiche e devono essere adeguate alla fenologia reale, al microclima del frutteto e alle evidenze disponibili. La Tabella 1 sintetizza i principali ambiti e la Figura 1 riassume il modello concettuale del capitolo.
Tabella 1. Principali fattori di pre-raccolta che regolano la produzione commerciale di ciliegio dolce
| Ambito | Finestra principale | Meccanismo produttivo | Rischio in caso di mancato funzionamento | Fonti principali |
|---|---|---|---|---|
| Adattamento sito-cultivar-portinnesto | Impianto del frutteto e durata produttiva | Allinea fabbisogni termici, vigore, suolo, epoca di fioritura ed epoca di maturazione. | Fioritura disomogenea, scarsa allegagione, stress radicale o rischio climatico eccessivo. | Alburquerque et al. (2008); Schuster (2012); Nieto-Serrano et al. (2026) |
| Induzione florale e riserve | Estate-post-raccolta del ciclo precedente | Definisce qualità delle gemme, riserve, differenziazione florale e potenziale riproduttivo. | Bassa vitalità delle gemme, fioritura più debole, malformazioni o minore uniformità. | Fadón et al. (2018a); Villar et al. (2020) |
| Freddo invernale e calore primaverile | Dormienza, ecodormienza e germogliamento | Regola il superamento della dormienza, il germogliamento, la fioritura e la sincronia fenologica. | Germogliamento irregolare, fioritura ritardata o anticipata e disallineamento riproduttivo. | Alburquerque et al. (2008); Fadón et al. (2021); Fadón et al. (2023) |
| Fioritura, impollinazione e allegagione | BBCH 60-72 | Trasforma il potenziale florale in frutti attraverso compatibilità, polline, EPP e impollinatori. | Mancata fecondazione, abscissione, basso carico produttivo e minore qualità commerciale. | Hedhly et al. (2004); Holzschuh et al. (2012); Mateos-Fierro et al. (2025) |
| Acqua, nutrizione, carico produttivo e chioma | Allegagione, accrescimento del frutto e maturazione | Controlla l’equilibrio source-sink, calibro, consistenza, zuccheri, colore e microclima della chioma. | Frutti piccoli, molli, poco colorati o maggiore sensibilità allo spacco. | Wani et al. (2014); Blanco et al. (2019); Nieto-Serrano et al. (2026) |
| Rischi finali di maturazione | BBCH 80-89 | Integra le perdite dovute a pioggia, grandine, spacco e marciumi, modulate dal microclima della chioma o delle coperture. | Perdita di valore commerciale nonostante un elevato potenziale fisiologico precedente. | Measham et al. (2009); Rojas et al. (2021); Knoche et al. (2025) |
Nota: La tabella riassume gli ambiti sviluppati nel corso del capitolo e non deve essere interpretata come un elenco chiuso o gerarchico.

Fondamento produttivo: sito, cultivar, portinnesto e suolo
Un ceraseto può raggiungere una produzione ottimale solo quando il sistema produttivo viene impostato correttamente fin dall’inizio. La compatibilità tra clima locale, cultivar, portinnesto, suolo, topografia e sistema di gestione definisce il margine operativo fisiologico del frutteto per tutta la sua durata produttiva.
Questo fondamento strutturale non sostituisce la gestione agronomica annuale, ma determina in larga misura se gli interventi successivi potranno essere efficaci, soprattutto nei sistemi in cui freddo invernale, rischio di gelo, disponibilità idrica ed epoca di maturazione variano su scale spaziali molto ridotte (Alburquerque et al., 2008; Fadón et al., 2023; Nieto-Serrano et al., 2026).
La posizione del frutteto determina l’accumulo di freddo, l’esposizione alle gelate, la ventilazione, la radiazione, il drenaggio e la disponibilità idrica. In ambienti montani o vallivi, piccole differenze di altitudine, pendenza o esposizione possono spostare la fenologia e modificare la probabilità che una cultivar soddisfi i propri fabbisogni termici.
La relazione tra altitudine e soddisfacimento del fabbisogno in freddo è stata documentata nel ciliegio dolce e, nella Valle del Jerte, altitudine e strategia irrigua sono state associate a differenze evidenti nella domanda evaporativa, nello stato idrico dell’albero, nella fenologia, nell’accrescimento dei frutti e nella produzione. Il frutteto dovrebbe quindi essere interpretato come una specifica unità microclimatica, e non semplicemente come una localizzazione regionale (Alburquerque et al., 2008; Nieto-Serrano et al., 2026).
La scelta della cultivar dovrebbe basarsi sui fabbisogni di freddo e calore, sull’epoca di fioritura, sull’epoca di maturazione, sulla suscettibilità allo spacco, sulla consistenza, sul calibro, sull’idoneità al mercato e sulla compatibilità riproduttiva. La variabilità genetica nel ciliegio dolce è consistente; la scelta varietale dovrebbe quindi essere inquadrata come un problema di abbinamento tra genotipo e ambiente, più che come una classificazione statica di cultivar “buone” o “cattive”.
Le cultivar a basso fabbisogno in freddo possono essere utili in presenza di inverni miti, ma possono anche fiorire troppo presto ed essere più esposte alle gelate tardive; cultivar più esigenti possono offrire maggiore stabilità nelle aree fredde, ma possono mostrare germogliamenti irregolari se piantate dove l’accumulo di freddo è insufficiente (Alburquerque et al., 2008; Azizi Gannouni et al., 2017; Fadón et al., 2023).
La compatibilità riproduttiva richiede una valutazione specifica. Molte cultivar di ciliegio dolce presentano autoincompatibilità gametofitica; la conoscenza della costituzione degli alleli S consente di assegnare le cultivar a gruppi di interincompatibilità e permette di progettare combinazioni di impollinazione compatibili. Questo criterio non sostituisce la necessità di sovrapposizione della fioritura e di attività degli impollinatori, ma evita l’errata assunzione secondo cui la sola sovrapposizione visiva della fioritura garantisca l’allegagione (Schuster, 2012).
Alcune cultivar mostrano plasticità termica e possono compensare parzialmente un minore accumulo di freddo attraverso un maggiore accumulo di calore primaverile. Tuttavia, questa compensazione presenta limiti fisiologici, varia in funzione della cultivar e dell’ambiente e non dovrebbe essere usata per giustificare l’impianto di materiale vegetale al di fuori del suo intervallo di adattamento agroclimatico.
I valori di CP, CH, CU e GDH dovrebbero sempre essere interpretati insieme a regione, serie fenologica, modello termico e criterio di fioritura (Kaufmann & Blanke, 2019; Fadón et al., 2021).
I fabbisogni varietali riportati illustrano perché questi valori debbano rimanere specifici per modello e regione. In gruppi di cultivar spagnole, i fabbisogni in freddo sono risultati compresi approssimativamente tra 26 e 60 porzioni di freddo (CP), con fabbisogni in calore di circa 5.473-8.030 growing degree hours (GDH); in serie commerciali di lungo periodo provenienti da Saragozza, i valori riportati sono stati approssimativamente pari a 51,6-65,2 CP e 4.994-7.315 GDH.
Anche cultivar ampiamente diffuse come 'Lapins' dovrebbero quindi essere interpretate attraverso lo specifico modello, la serie climatica e il criterio di fioritura utilizzati per ricavare il valore, e non come una costante biologica universale (Fadón et al., 2021; Fadón et al., 2023).
Il portinnesto non dovrebbe essere trattato come una componente neutra del sistema produttivo. Le evidenze disponibili indicano che può influenzare tratti fiorali, danni alle gemme, cascola dei frutti, maturazione e potenziale produttivo; la scelta del portinnesto dovrebbe quindi essere integrata con cultivar, sistema di allevamento, vigore atteso, rischio climatico e obiettivo produttivo.
Gli effetti del portinnesto possono essere rilevanti anche in condizioni di esposizione al gelo: in 'Carmen', il danno riportato alle gemme a fiore in seguito a gelo invernale differiva in modo marcato tra portinnesti, con danni sostanzialmente inferiori su MaxMa 14 rispetto a Oblačinska cherry nelle condizioni studiate. Analogamente, evidenze recenti indicano che la cascola dei frutti e la densità finale dei frutti possono variare in funzione di cultivar, portinnesto, annata e sistema di coltivazione protetta. Tali risultati non dovrebbero essere generalizzati meccanicamente, ma sottolineano che la scelta del portinnesto può modificare sia la produttività sia l’esposizione al rischio (Dziedzic et al., 2019; Djordjevic et al., 2021; Feldmane et al., 2025; Nieto-Serrano et al., 2026).
Il suolo completa il fondamento fisico del frutteto e dovrebbe essere valutato prima dell’impianto in termini di tessitura, profondità efficace, drenaggio, struttura, sostanza organica, conducibilità elettrica, strati limitanti e reale disponibilità idrica. Le evidenze provenienti dalla Valle del Jerte mostrano che stato idrico dell’albero, contenuto idrico del suolo, conduttanza stomatica, fenologia e accrescimento dei frutti variano con altitudine e gestione irrigua, rafforzando la necessità di interpretare congiuntamente suolo, acqua e microclima.
Questa fase di pianificazione è meno visibile rispetto agli interventi annuali, ma determina la capacità del frutteto di rispondere a potatura, irrigazione, nutrizione e protezione climatica (Nieto-Serrano et al., 2026).
La produzione di una determinata stagione è in parte determinata durante l’estate e l’autunno del ciclo precedente. In questo periodo iniziano l’induzione e la differenziazione florale, e il meristema e i primordi fiorali definiscono il potenziale riproduttivo prima della dormienza invernale.
Questa transizione ha basi anatomiche e molecolari e coinvolge reti regolatorie che includono fattori di trascrizione, geni dell’identità fiorale, compresi membri della famiglia MADS-box, e segnali ormonali associati al passaggio di stato del meristema (Fadón et al., 2018b; Villar et al., 2020). Questo è un punto centrale: il periodo di pre-raccolta non inizia in primavera, ma nel ciclo precedente.
La futura qualità delle gemme dipende dall’equilibrio tra crescita vegetativa, carico produttivo, disponibilità di fotoassimilati e stato funzionale dell’albero durante il ciclo precedente. Un carico produttivo elevato, una crescita vegetativa squilibrata o episodi di stress possono intensificare la competizione per le risorse e limitare l’accumulo di riserve necessario a sostenere la preparazione delle gemme durante la dormienza.
Questa relazione dovrebbe essere presentata come un principio fisiologico generale, non come una regola quantitativa universale, perché dipende da cultivar, portinnesto, vigore, ambiente luminoso della chioma, stato idrico e nutrizione. Poiché lo sviluppo dei primordi fiorali e la transizione verso la crescita primaverile dipendono dalle riserve e dai cambiamenti interni delle gemme, tali squilibri possono compromettere l’uniformità e il potenziale riproduttivo nella stagione successiva (Kaufmann & Blanke, 2017; Fadón et al., 2018a; Wani et al., 2014).
Durante l’inverno, le gemme a fiore possono mantenere un aspetto esterno stabile pur attraversando importanti cambiamenti fisiologici interni. Uno dei processi più rilevanti è l’accumulo attivo di amido nelle cellule dei primordi ovarici, secondo un modello associato all’accumulo di freddo e alla successiva mobilizzazione durante la transizione verso lo sviluppo primaverile.
Questa dinamica fornisce una base meccanicistica per comprendere perché il soddisfacimento del fabbisogno in freddo non sia soltanto un requisito fenologico esterno, ma anche un processo collegato alle riserve e alla preparazione riproduttiva interna (Fadón et al., 2018a; Fadón et al., 2018b).
Il calore estivo aggiunge un rischio specifico durante l’induzione e la differenziazione florale. Studi in ambiente controllato con giovani alberi di 'Lapins' e 'Van' su 'Gisela 6' hanno mostrato che l’esposizione prolungata a temperature estive intorno a 20-21 °C può deprimere l’avvio precoce della fioritura rispetto a condizioni più fresche.
Questo risultato dovrebbe essere interpretato come evidenza sperimentale specifica del contesto, non come soglia termica universale per tutte le cultivar, età degli alberi o regioni. Anche così, sottolinea che la gestione della chioma, dell’irrigazione e del vigore durante il periodo estivo-post-raccolta dovrebbe essere considerata un investimento sulla produzione successiva, non semplicemente una pratica post-raccolta (Sønsteby & Heide, 2019; Villar et al., 2020).
L’omeostasi nutrizionale e la mobilizzazione delle riserve sistemiche dell’albero sono essenziali per il superamento della dormienza e lo sviluppo primaverile. Durante il riposo invernale e la transizione verso il germogliamento, i rami annuali e le gemme vegetative attraversano una riprogrammazione metabolica, con fluttuazioni di zuccheri, aminoacidi come asparagina e prolina, riserve azotate ed elementi minerali associati alla riattivazione della crescita.
Gli studi di tracciamento del carbonio supportano inoltre il ruolo centrale delle riserve immagazzinate all’inizio della primavera, quando fiori, frutti immaturi e giovani foglie utilizzano il carbonio precedentemente accumulato in radici, legno vecchio, gemme e tessuti strutturali. Questa evidenza non dovrebbe essere direttamente estrapolata alla fertilità florale o alla crescita del tubo pollinico, ma sostiene l’interpretazione della nutrizione post-raccolta e della funzionalità della chioma come ripristino delle riserve sistemiche e mantenimento della funzionalità dell’albero per il ciclo successivo (Ayala & Lang, 2015; Michailidis et al., 2018).
Questa interpretazione attribuisce alla gestione post-raccolta un significato diretto in termini di pre-raccolta. Nel ciliegio dolce, la perdita prematura della funzionalità fogliare, l’eccessivo ombreggiamento, una nutrizione mal temporizzata o una gestione inadeguata dell’acqua nel suolo dopo la raccolta possono ridurre il capitale fisiologico disponibile per la differenziazione delle gemme, l’accumulo di riserve, l’attività radicale e la successiva crescita primaverile.
Evidenze provenienti da sistemi Prunus affini mostrano inoltre che il momento e la severità dello stress idrico post-raccolta possono influenzare la produttività e la qualità dei frutti dell’anno successivo; pertanto, i deficit idrici dopo la raccolta dovrebbero essere gestiti con cautela, invece di essere considerati fisiologicamente irrilevanti. I trattamenti fogliari post-raccolta con azoto, boro o zinco, e la loro interazione con lo stato nutrizionale del suolo e delle foglie, dovrebbero quindi essere valutati come strumenti sito-specifici all’interno di una strategia di ripristino delle riserve, e non come input di routine applicati indipendentemente dalla diagnosi (Naor et al., 2005; Bonomelli et al., 2012; Wójcik & Morgaś, 2013; Ayala & Lang, 2015).
La dormienza nel ciliegio dolce non è un riposo passivo, ma una fase metabolicamente attiva che permette all’albero di sopravvivere all’inverno e di sincronizzare lo sviluppo riproduttivo con la primavera. Funzionalmente, questo periodo può essere organizzato in paradormienza, endodormienza ed ecodormienza.
La paradormienza è associata a segnali inibitori provenienti da altri organi della pianta; l’endodormienza corrisponde all’inibizione interna della gemma stessa, per cui la gemma non germoglia neppure in presenza di condizioni esterne altrimenti favorevoli; l’ecodormienza inizia quando la gemma ha recuperato la capacità potenziale di crescita, ma il germogliamento resta limitato dalle condizioni ambientali, in particolare dall’accumulo di calore primaverile (Kaufmann & Blanke, 2017; Fadón et al., 2021; Fadón et al., 2023).
Durante l’endodormienza, le gemme attraversano un’ampia riprogrammazione fisiologica e molecolare. A livello trascrittomico, l’instaurarsi e il superamento della dormienza sono associati a cambiamenti nei geni legati alla dormienza, compresi membri della famiglia DORMANCY ASSOCIATED MADS-box (DAM), e a vie ormonali che coinvolgono l’acido abscissico (ABA), inclusi geni biosintetici come PavNCED5 (Vimont et al., 2019; Wang et al., 2023).
Parallelamente, si verificano cambiamenti nei carboidrati, nel contenuto relativo di acqua, nelle proteine e nelle riserve, compreso l’accumulo attivo di amido nei primordi fiorali, che aiuta a distinguere le fasi della dormienza e a preparare la riattivazione primaverile (Fadón et al., 2018a; Kaufmann & Blanke, 2017; Götz et al., 2018). La Figura 2 riassume questo quadro concettuale che collega dormienza, accumulo di freddo e forzatura.

Il soddisfacimento del fabbisogno in freddo invernale è uno dei requisiti agroclimatici più importanti nel ciliegio dolce. Un accumulo insufficiente può causare germogliamento irregolare, fioritura disomogenea, ritardo fenologico, ridotta vitalità riproduttiva e perdite produttive. Tuttavia, il metodo utilizzato per quantificare il freddo condiziona fortemente l’interpretazione: i modelli non sono intercambiabili e rispondono in modo diverso a inverni caldi, fluttuanti o mediterranei (Alburquerque et al., 2008; Azizi Gannouni et al., 2017; Fadón et al., 2023).
I modelli di freddo non quantificano esattamente lo stesso processo. Le ore di freddo (CH) conteggiano il tempo accumulato entro un intervallo termico fisso e forniscono una metrica semplice, ma non scontano adeguatamente l’effetto delle temperature invernali elevate. Il modello Utah, espresso in unità di freddo (CU), applica pesi positivi e negativi in base all’intervallo di temperatura, anche se può diventare instabile in climi con frequenti fluttuazioni calde.
Il Modello Dinamico esprime il freddo come porzioni di freddo (CP), attraverso un precursore sensibile al calore che viene consolidato in freddo efficace, e fornisce generalmente un’interpretazione più robusta nei climi variabili o mediterranei. Parallelamente, l’accumulo di calore primaverile è comunemente espresso come growing degree hours (GDH), ma modello, temperatura di base, soglia superiore e periodo di calcolo devono sempre essere specificati (Alburquerque et al., 2008; Azizi Gannouni et al., 2017; Fadón et al., 2021; Fadón et al., 2023).
La relazione tra freddo invernale e calore primaverile non dovrebbe essere interpretata come una sequenza rigidamente lineare o completamente separata. Freddo e forzatura interagiscono dinamicamente: in condizioni sperimentali controllate, con cultivar contrastanti e alberi in vaso, deficit di freddo fino al 50% rispetto all’optimum varietale sono stati parzialmente compensati da una maggiore esposizione a temperature calde durante la forzatura, consentendo la fioritura.
Tuttavia, questa capacità di sostituzione presenta limiti fisiologici, varia in funzione del genotipo e delle condizioni sperimentali e non dovrebbe essere interpretata come una regola agroclimatica universale in grado di garantire il successo produttivo in campo (Kaufmann & Blanke, 2019; Fadón et al., 2021).
La delineazione dei periodi efficaci di freddo e calore richiede l’integrazione di approcci biologici, fenologici e statistici. I saggi di forzatura con rami recisi consentono la valutazione sperimentale della ripresa della crescita in condizioni controllate, mentre approcci statistici basati su lunghe serie di temperatura e date di fioritura, come la regressione partial least squares (PLS), aiutano a identificare le finestre temporali in cui l’accumulo di freddo e calore esercita la maggiore influenza sulla fioritura.
Questi approcci sono complementari e devono essere interpretati insieme a cultivar, regione, modello termico, criterio fenologico e qualità dei dati orari (Fadón et al., 2021; Fadón et al., 2023; Kaufmann & Blanke, 2019).
Per il processo decisionale in frutteto, l’implicazione pratica è chiara: i modelli di freddo e forzatura dovrebbero essere usati come strumenti calibrati di supporto alle decisioni, non come soglie trasferibili. Nei climi con interruzioni calde durante l’inverno, il Modello Dinamico è generalmente più informativo rispetto alle semplici ore di freddo, ma richiede comunque registrazioni orarie affidabili delle temperature e una validazione fenologica locale.
Gli output dei modelli dovrebbero essere aggiornati durante la dormienza e l’ecodormienza, confrontati con lo stato osservato delle gemme e interpretati insieme a cultivar, altitudine del frutteto, esposizione della chioma e rischio atteso di gelo durante l’avanzamento della finestra fenologica.
La Tabella 2 riassume i modelli termici più comunemente utilizzati per interpretare dormienza, germogliamento e fioritura nel ciliegio dolce.
Tabella 2. Modelli termici utilizzati per interpretare dormienza, germogliamento e fioritura nel ciliegio dolce
| Modello | Cosa quantifica | Uso principale | Punto di forza | Avvertenza |
|---|---|---|---|---|
| Ore di freddo (CH) | Ore con temperatura in un intervallo fisso, solitamente 0-7,2 °C. | Riferimento storico semplice per il freddo invernale. | Calcolo semplice e interpretazione iniziale. | Non sconta il calore invernale; può sovrastimare il freddo efficace. |
| Utah / unità di freddo (CU) | Freddo ponderato in base all’efficienza termica, con penalizzazioni per temperature elevate. | Climi freddi o temperati in cui la penalizzazione termica è ragionevole. | Più fisiologico rispetto a CH. | Può generare accumuli eccessivamente negativi nei climi miti. |
| Modello Dinamico / CP | Porzioni di freddo consolidate a partire da un precursore termico instabile. | Interpretazione robusta in climi variabili e mediterranei. | Integra l’interazione freddo-calore durante l’inverno. | Richiede dati orari e calibrazione regionale. |
| GDH lineare | Calore accumulato dopo il soddisfacimento del fabbisogno in freddo. | Stima di germogliamento, fioritura e pianificazione fenologica. | Operativo e confrontabile se il modello è specificato. | Devono essere indicate soglia di base e soglia superiore; la risposta reale non è sempre lineare. |
La transizione dalla gemma dormiente al fiore aperto, descritta dalla scala BBCH, rappresenta un profondo cambiamento fisiologico nella sensibilità del ciliegio dolce alle gelate primaverili. Durante la dormienza, la gemma a fiore mantiene un’elevata resistenza al freddo; tuttavia, la transizione verso l’ecodormienza, il rigonfiamento delle gemme e la riattivazione della crescita è accompagnata da aumenti del contenuto relativo di acqua, cambiamenti nei carboidrati e progressiva perdita dell’acclimatazione al freddo.
La sensibilità al gelo dipende quindi non solo dalla temperatura minima, ma anche dallo stadio fenologico effettivo, dall’idratazione dei tessuti, dalla cultivar, dalla durata dell’evento e dalle condizioni microclimatiche durante la notte di gelo (Fadón et al., 2015; Kaufmann & Blanke, 2017; Salazar-Gutiérrez et al., 2014).
La Tabella 3 riassume una sequenza fenologica semplificata per il ciliegio dolce dalla dormienza alla raccolta. Il suo scopo è organizzare i rischi e le decisioni discussi di seguito all’interno di un quadro fenologico comune, senza trasformare la scala BBCH in un calendario fisso o in una soglia gestionale universale (Fadón et al., 2015).
Tabella 3. Sequenza fenologica semplificata del ciliegio dolce dalla dormienza alla raccolta
| Fase | BBCH | Processo dominante | Rilevanza produttiva |
|---|---|---|---|
| Dormienza | 00-09 | Sopravvivenza invernale, accumulo di freddo, riserve e regolazione ormonale. | Condiziona la successiva uniformità di germogliamento e fioritura. |
| Rigonfiamento delle gemme | 50-51 | Reidratazione, perdita della resistenza al freddo e riattivazione visibile della crescita. | Segna l’inizio del monitoraggio intensivo del gelo. |
| Mazzetto fiorale e stadio palloncino | 52-59 | Espansione dei tessuti fiorali e organi riproduttivi quasi funzionali. | Aumenta la sensibilità a freddo, vento, pioggia e stress termico. |
| Fioritura | 60-69 | Apertura dei fiori, impollinazione, crescita del tubo pollinico e fecondazione. | Definisce la conversione del potenziale florale in allegagione. |
| Allegagione e giovane frutto | 70-75 | Divisione cellulare iniziale e definizione del carico produttivo. | Condiziona il numero dei frutti e il calibro potenziale. |
| Accrescimento del frutto e maturazione | 77-89 | Espansione cellulare, accumulo di zuccheri, colore, ammorbidimento e raccolta. | Determina qualità commerciale e rischio di spacco. |
Nota: La tabella riassume una sequenza operativa; la durata di ciascuna fase varia in funzione di cultivar, portinnesto, località, stagione e criterio di osservazione.
Durante l’inverno, la sopravvivenza dei primordi fiorali a temperature sottozero è sostenuta da meccanismi di evitamento del congelamento. Le gemme possono mantenere acqua liquida a temperature negative attraverso il superraffreddamento e la formazione di ghiaccio extra-organo, sequestrando il ghiaccio in spazi in cui non provoca direttamente danni cellulari.
Questo meccanismo dipende da barriere anatomiche che limitano la propagazione del ghiaccio verso i primordi, compresa l’assenza di continuità xilematica funzionale verso i tessuti fiorali interni. Con la ripresa della crescita primaverile, la differenziazione vascolare e l’aumento dell’idratazione dei tessuti riducono questa capacità di isolamento, consentendo al ghiaccio di propagarsi più facilmente verso gli organi fiorali sensibili (Houghton et al., 2024).
Dal punto di vista metodologico, la sensibilità al gelo non dovrebbe essere espressa come una singola temperatura critica universale. Gli studi sperimentali utilizzano approcci come l’analisi termica differenziale (DTA), che rileva esotermie a bassa temperatura (LTE) o valori mediani di morte cellulare e consente di stimare indicatori come LT50 o mCDP.
Questi indicatori descrivono la risposta fisiologica di tessuti specifici in condizioni controllate e devono essere interpretati con cautela quando vengono estrapolati al campo, dove durata dell’evento, vento, umidità, radiazione, inversione termica, temperatura di bulbo umido e stato idrico dell’albero influenzano tutti il danno (Matzneller et al., 2016; Kaya et al., 2021; Kaya & Köse, 2022).
La sensibilità non aumenta sempre in modo lineare e non interessa tutti gli organi fiorali allo stesso modo. Le valutazioni DTA hanno mostrato che lo stadio di mazzetto aperto può presentare una vulnerabilità critica, mentre alcune cultivar possono mostrare un recupero transitorio della tolleranza fisiologica allo stadio di fiore bianco.
Tuttavia, questi risultati sperimentali non dovrebbero essere interpretati come un margine di sicurezza agronomico: in campo, il fiore aperto e la piena fioritura restano fasi ad alto rischio perché gli organi riproduttivi sono direttamente esposti e perché il danno fiorale può compromettere irreversibilmente l’allegagione (Kaya et al., 2021).
L’interpretazione del danno deve essere anche organo-specifica. Le evidenze disponibili indicano che la suscettibilità termica intrinseca differisce tra i verticilli fiorali. In alcuni stadi, sepali, ricettacolo e pedicello possono essere più sensibili al congelamento rispetto a petali, pistillo o stami; in piena fioritura, la sensibilità relativa del pistillo aumenta e può superare quella di altri organi.
Questa distinzione è importante perché il pistillo non è sempre il primo tessuto a essere fisiologicamente danneggiato, ma la sua integrità è un prerequisito essenziale per la fecondazione e l’allegagione. Il danno da gelo dovrebbe quindi essere interpretato come il risultato combinato della vulnerabilità fisiologica a livello di organo, del momento fenologico e della rilevanza agronomica per la coltura (Kaya & Köse, 2022).
La gestione operativa delle gelate dovrebbe quindi combinare rilievi fenologici, temperatura di bulbo umido, durata prevista dell’evento, posizione nella chioma, topografia del frutteto e tecnologia di protezione disponibile. La sola temperatura minima dell’aria è un indicatore insufficiente, perché lo stesso valore può produrre danni diversi a seconda delle condizioni radiative, del vento, dell’umidità, dell’idratazione dei tessuti e dello stato di perdita della resistenza al freddo.
Le decisioni di protezione diventano più difendibili quando sono collegate allo stadio fenologico più a rischio e all’organo il cui danno limiterebbe più direttamente l’allegagione.
Tabella 4. Sensibilità relativa al gelo in base allo stadio fenologico del ciliegio dolce
| Fenofase | BBCH | Organo o processo sensibile | Lettura tecnica | Fonti principali |
|---|---|---|---|---|
| Gemma dormiente | 00-09 | Gemma a fiore con superraffreddamento. | Elevata resistenza invernale; non utilizzare una soglia fissa senza considerare cultivar, acclimatazione e metodo. | Salazar-Gutiérrez et al. (2014); Houghton et al. (2024) |
| Gemma rigonfia | 50-51 | Primordi reidratati. | Punto di flesso: l’aumento dell’acqua incrementa il rischio di danno da gelate leggere una volta persa la resistenza al freddo. | Kaufmann & Blanke (2017); Salazar-Gutiérrez et al. (2014); Houghton et al. (2024) |
| Mazzetto chiuso/aperto | 52-56 | Tessuti fiorali in espansione. | Fase iniziale di monitoraggio; il pistillo può essere danneggiato prima dell’apertura del fiore. | Matzneller et al. (2016); Kaya et al. (2021) |
| Stadio rosa/palloncino | 57-59 | Organi riproduttivi quasi funzionali. | Sensibilità molto elevata; i valori devono essere interpretati per organo, cultivar e metodo. | Kaya et al. (2021); Kaya & Köse (2022) |
| Fiore aperto e allegagione iniziale | 60-72 | Pistillo, ovulo e giovane frutto. | Gelate leggere o moderate possono ridurre gravemente l’allegagione in funzione della durata e della temperatura di bulbo umido. | Matzneller et al. (2016); Xu et al. (2023) |
Nota: La sensibilità è relativa e deve essere adattata a organo, cultivar, metodo, durata dell’evento, stato di acclimatazione e temperatura di bulbo umido.
La fioritura è il momento in cui il potenziale riproduttivo accumulato nei mesi precedenti può essere convertito in frutti. Il successo non dipende soltanto dall’apertura dei fiori, ma dalla sincronizzazione tra vitalità anatomica, polline funzionale, recettività dello stigma, crescita del tubo pollinico, longevità dell’ovulo, compatibilità genetica, attività degli impollinatori e condizioni ambientali durante l’antesi.
Questa integrazione determina se il potenziale florale si trasforma in allegagione effettiva o viene perso prima dell’inizio dello sviluppo del frutto (Hedhly et al., 2004; Hedhly et al., 2009; Zhang et al., 2018).
La finestra funzionale per una fecondazione riuscita è rappresentata dall’Effective Pollination Period (EPP). Nel ciliegio dolce, l’EPP dipende dalla sincronia tra durata della recettività dello stigma, velocità di crescita del tubo pollinico e longevità funzionale dell’ovulo.
La temperatura agisce in modo duplice: temperature moderatamente calde possono accelerare la germinazione del polline e la crescita del tubo pollinico, mentre temperature elevate possono ridurre la vitalità del pistillo, abbreviare la recettività dello stigma, accelerare la degenerazione dell’ovulo e ridurre il tempo disponibile affinché il tubo pollinico raggiunga il sacco embrionale. Una fioritura abbondante non garantisce quindi l’allegagione se la finestra riproduttiva viene ristretta da condizioni termiche sfavorevoli (Hedhly et al., 2004; Hedhly et al., 2007; Hedhly et al., 2009; Zhang et al., 2018).

La compatibilità genetica è una seconda condizione necessaria. Molte cultivar di ciliegio dolce presentano autoincompatibilità gametofitica regolata dal locus S; la crescita del tubo pollinico può quindi arrestarsi quando l’aplotipo pollinico è incompatibile con il tessuto del pistillo.
L’identificazione degli alleli S e dei gruppi di incompatibilità rende possibile progettare combinazioni varietali con polline compatibile, ma questo criterio deve essere integrato con l’effettiva sovrapposizione della fioritura, la vitalità del polline, le condizioni termiche durante l’antesi e la disponibilità di vettori di impollinazione. Lavori recenti rafforzano esplicitamente la sincronia della fioritura e la compatibilità varietale come determinanti congiunte dell’idoneità del donatore e del ricevente di polline.
La sovrapposizione visiva della fioritura da sola non garantisce una fecondazione efficace, e allo stesso modo la compatibilità senza sincronia funzionale è insufficiente (Choi et al., 2002; Schuster, 2012; Radicevic et al., 2013; Siopa et al., 2026).
L’impollinazione entomofila è una componente critica dell’allegagione commerciale. L’introduzione di alveari di api mellifere può essere utile in molti sistemi produttivi, ma non dovrebbe essere presentata come l’unica soluzione o come una soluzione sufficiente. Le evidenze disponibili mostrano che i servizi di impollinazione dipendono anche dalla diversità degli impollinatori selvatici, dalla struttura del paesaggio, dagli habitat seminaturali, dall’intensità della gestione locale e dalle condizioni meteorologiche durante la fioritura.
I bombi e le api non-Apis possono differire dalle api mellifere per comportamento di bottinamento, movimento tra le file, sensibilità alle condizioni meteorologiche, contatto con lo stigma ed efficienza di impollinazione per singola visita; inoltre, è stato dimostrato che le api muratrici agiscono in sinergia con le api mellifere nei ceraseti. L’impollinazione dovrebbe quindi essere gestita come un servizio ecosistemico complesso, e non semplicemente come una questione di densità di alveari (Holzschuh et al., 2012; Eeraerts et al., 2017; Eeraerts et al., 2020a; Eeraerts et al., 2020b; Osterman et al., 2023; McCabe et al., 2024; Laterza et al., 2025; Mateos-Fierro et al., 2025; García et al., 2025).
Nella progettazione pratica del ceraseto, la pianificazione dell’impollinazione dovrebbe includere quattro verifiche: compatibilità S, sovrapposizione della fioritura nelle condizioni locali di freddo e forzatura, distribuzione spaziale dei donatori di polline lungo i percorsi di volo delle api e attività degli impollinatori nella finestra meteorologica prevista. Freddo, vento, pioggia o bassa radiazione possono limitare il volo delle api mellifere durante la fioritura primaverile precoce; una maggiore diversità funzionale degli impollinatori può aumentare la resilienza quando le condizioni meteorologiche sono marginali (Karbassioon et al., 2023; Osterman et al., 2023; McCabe et al., 2024).
Questa interpretazione ha implicazioni dirette per la progettazione del frutteto. Compatibilità varietale, distribuzione spaziale degli impollinatori varietali, sovrapposizione della fioritura, attività degli insetti e paesaggio circostante devono essere interpretati congiuntamente. Un impollinatore geneticamente compatibile che fiorisce al di fuori della finestra efficace non risolve il problema riproduttivo, e un’elevata densità di alveari può essere insufficiente se il clima limita il volo, se la struttura del paesaggio limita la diversità funzionale o se la fioritura è compressa in un periodo molto breve (Schuster, 2012; Holzschuh et al., 2012; Eeraerts et al., 2017; García et al., 2025).
Una volta fecondato l’ovulo, l’allegagione iniziale dipende dalla forza sink del giovane frutto e da una complessa regolazione ormonale. In condizioni normali di ritenzione, il giovane frutto mantiene la segnalazione ormonale e la capacità di attrarre fotoassimilati.
Al contrario, quando si verificano anomalie embrionali o fallimenti precoci dello sviluppo, le concentrazioni di auxina nel pedicello diminuiscono, la zona di abscissione diventa più sensibile all’etilene e l’accumulo di acido abscissico (ABA) aumenta. Questa interazione ormonale è associata all’espressione di fattori di trascrizione, compresi geni della famiglia HD-ZIP, e a enzimi di rimodellamento della parete cellulare che innescano l’abscissione dei giovani frutti (Qiu et al., 2021).
Gli interventi finalizzati a migliorare l’allegagione dovrebbero essere formulati con cautela. Applicazioni di elicitori o regolatori come putrescina e melatonina hanno mostrato effetti favorevoli sulla tolleranza al gelo o sull’allegagione in specifiche cultivar e condizioni, ma non rappresentano raccomandazioni universali.
Allo stesso modo, strategie di inizio stagione come la gestione dell’irrigazione o le applicazioni di boro possono mostrare risposte che dipendono da cultivar, temperatura, dose e momento fenologico; in alcune condizioni di primavera fredda, l’acido borico non ha migliorato l’allegagione e può persino ridurla. Qualsiasi intervento dovrebbe quindi rimanere subordinato a validazione locale, autorizzazione normativa, diagnosi preliminare, stadio fenologico preciso ed evidenze specifiche per la cultivar e il sistema produttivo (Xu et al., 2023; Ruiz-Aracil et al., 2024).
La Figura 3 riassume specificamente la relazione tra EPP, temperatura, crescita del tubo pollinico, recettività del pistillo, vitalità dell’ovulo e allegagione iniziale. Dovrebbe essere letta come un quadro concettuale: il successo riproduttivo dipende dalla coincidenza temporale tra processi fisiologici e ambientali durante l’antesi, senza escludere altri fattori determinanti come la compatibilità genetica e l’attività degli impollinatori.
Jesús Alonso¹,²
¹ Institute of Food Science, Technology and Nutrition (ICTAN-CSIC), Spanish National Research Council (CSIC), c/ José Antonio Novais, 6, 28040 Madrid, Spain.
² University Research Institute for Agricultural Resources (INURA), Universidad de Extremadura, Edificio de los Institutos Universitarios de Investigación, Avenida de la Investigación s/n, 06006 Badajoz, Spain.