Il quadro della sostenibilità economica della frutticoltura

25 mar 2024
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Alessandro Palmieri - Università di Bologna (IT)
Comitato tecnico-scientifico di Cherry Times 

La frutticoltura italiana è da tempo in una situazione complessa, stretta tra problematiche di mercato mai concretamente affrontate e nuove criticità, tra cui un andamento climatico sempre più imprevedibile e ostile, l’insorgere di nuove patologie di complessa gestione e, non ultimo, diverse problematiche di natura socio-economica che condizionano i consumi, il mercato del lavoro, la logistica ed i prezzi delle materie prime.

In questo contesto di difficoltà, la sostenibilità economica appare sempre più a rischio, come peraltro testimoniato dalla dismissione di migliaia di ettari di superfici frutticole, soprattutto nelle aree settentrionali del paese e, in particolare, in Emilia-Romagna, una delle culle della frutticoltura nazionale.

Il quadro economico, tuttavia, si presenta ben diversificato a seconda della specie o, in alcuni casi, della varietà. 

Una recente ricerca [1] ha analizzato i costi di produzione e la marginalità media delle principali specie nell’areale emiliano-romagnolo, individuando 12 casi di studio relativi a 7 specie. I dati sono stati rilevati con indagini dirette presso opportuni campioni di imprese professionali, mediando le principali tipologie e densità di impianto rilevabili nell’area. 

Per quanto concerne il caso studio relativo al ciliegio, i valori riportati sono mediati per impianti a media densità in parete di Ferrovia, dotati di copertura anti-grandine e pioggia. 

Una successiva elaborazione dei dati si è resa necessaria al fine di tenere in considerazione le peculiarità dell’attuale contesto produttivo. L’entità della PLV, difatti, è stata calcolata sulla base di rese produttive “ordinarie” nel medio-lungo periodo per impianti sani, oltre che di prezzi ponderati sulla base dei valori dell’ultimo decennio.

Non è, infatti, significativo in un’ottica futura considerare le rese medie degli ultimi anni, pesantemente minate da un andamento climatico fortemente avverso, nonché le relative quotazioni, condizionate dalla carenza di offerta conseguente.

Ciò premesso, la figura 1 evidenzia la PLV, i costi e la relativa marginalità medio annua dei casi esaminati, calcolata sulla base dei costi complessivi, ovvero del finanziamento sui costi di impianto del 40%, correntemente erogato dal PSR alle imprese riunite in OP. 

Come rilevabile, i livelli di PLV sono molto variabili tra loro, con valori massimi rilevabili nei due casi esempio riferiti a varietà gestite in forma di club: melo, cv. Rosy Glow (gruppo Pink Lady), e actinidia a polpa gialla (dati medi per i principali marchi) che possono arrivare attorno a 40.000 euro/ha.

A seguire, con circa 25.000 euro/ha si colloca il case study relativo al ciliegio, sostanzialmente sugli stessi livelli del melo, con riferimento alla sua cultivar tradizionale più diffusa, Golden Delicious. In quest’ultimo caso, a permettere di raggiungere un’elevata PLV, sono le elevate rese produttive, cui si contrappone però un prezzo di liquidazione molto basso.

Situazione opposta per il ciliegio, che vanta quotazioni elevate, anche se con rese produttive mediamente più basse rispetto agli altri casi in esame. Nei rimanenti casi in esame, la PLV si colloca fra 13.000 e 20.000 euro/ha.

Di contro, nei casi in cui si evidenziano i valori più elevati di PLV, si rilevano anche livelli di costo chiaramente più alti dei restanti esempi: gli alti costi sono dovuti soprattutto all’elevato carico di lavoro richiesto, in genere, dalle varietà i cui frutti sono meglio remunerati per arrivare agli elevati standard qualitativi richiesti. 

Dal confronto, emerge come solo in pochi casi, con i parametri considerati, si raggiunga un valore di marginalità positivo e, fra questi, il ciliegio si colloca subito dopo i due esempi di varietà club, raggiungendo un valore attorno a 1.500 euro/ha, che sale a quasi 4.500 euro/ha considerando l’opportunità di finanziamento dei costi di impianto da parte dei programmi di sviluppo rurale.

Tali valori, va ricordato, sono inclusivi di tutti i costi sostenuti, mentre in concreto la redditività aziendale può essere più elevata in funzione dell’apporto di manodopera o capitali dell’impresa.

Il quadro economico, invece, è decisamente negativo per la maggior parte delle drupacee, ma anche per il pero, soprattutto con riferimento alla sua cultivar più rappresentativa, Abate Fétel, o per il melo, se si considerano le varietà tradizionali, nonostante le rese molto elevate che queste sono in grado di raggiungere. 

La forza del ciliegio, di contro, è soprattutto nelle quotazioni che, con dati riferiti al periodo esaminato, si attestano fra 3 e 3,5 euro/Kg, come valore medio liquidato in funzione della distribuzione dei calibri di ciascun impianto.

Sul versante dei costi, analizzando il dettaglio della loro formazione (Figura 2), si rileva chiaramente come per il ciliegio sia la manodopera la voce più strategica, con un’incidenza del 45% sul costo complessivo, tra le più alte nei casi considerati. Decisamente più contenute le spese per materie prime, pari al 15% circa del totale, mentre gli oneri fissi per ammortamenti ed oneri finanziari sono percentualmente molto rilevanti e pari a poco meno del 30% del totale.

Dal confronto tra costi e ricavi, dunque, emerge come il ciliegio si confermi come una delle poche specie frutticole in grado di esprimere una piena sostenibilità economica nell’areale emiliano-romagnolo, grazie all’intensa opera di valorizzazione da sempre sostenuta che si traduce in quotazioni sensibilmente più alte della media nazionale. 

Di contro, i costi da sostenere sono molto elevati e permangono un fattore di rischiosità che si può fronteggiare al meglio con adeguate coperture degli impianti, per ricercare continuità di produzione, e con l’ottimizzazione delle forme e delle densità di allevamento per ottimizzare la raccolta, cioè l’operazione di gran lunga più dispendiosa in cerasicoltura.

Sfuggire a costi di produzione e rischiosità elevati, peraltro, non sembra possibile nell’attuale contesto che premia casi come quelli gestiti in forma di club, caratterizzati da una marcata attività di valorizzazione, ma che richiedono standard qualitativi di alto livello generando così investimenti e carichi di lavoro conseguentemente elevati.

[1] Cfr, A.Palmieri “Frutticoltura senza sostenibilità economica”, Rivista di Frutticoltura e di Ortofloricoltura, nr.2/2024


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