Un'analisi sul territorio italiano dei costi e delle problematiche della moderna cerasicoltura

04 ago 2023
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Alessandro Palmieri - Università di Bologna (IT)
Comitato tecnico-scientifico di Cherry Times

Come noto, la cerasicoltura italiana è alle prese con una fase di profonda evoluzione, anche se ad oggi limitata soprattutto alle aree settentrionali. Un tempo basata su densità di poche centinaia di piante per ettaro, oggi la coltivazione del ciliegio prevede densità fino ad alcune migliaia di piante/ha.

L’intensificazione comporta, tendenzialmente, una precocizzazione dell’entrata in produzione ed un miglioramento della qualità dei frutti, cui fa però da contraltare il maggior costo di impianto e la minor durata della vita produttiva delle piante.

Altro aspetto di assoluto rilievo nella moderna cerasicoltura è quello delle coperture, in virtù della ormai conclamata imprevedibilità del clima e della diffusione di Drosophila suzukii, il cui controllo è difficile e dispendioso. 

La questione che si pone, dunque, è tra coprire o meno l’impianto e, in caso affermativo, se farlo con coperture semplici che prevedano la protezione anti-grandine e anti-pioggia, oppure di tipo multitasking, comprensive anche di rete anti-insetto.

I parametri in gioco nei calcoli economici sono, in questo caso, rappresentati dal forte costo iniziale delle coperture e dai tempi di gestione (apertura e chiusura), contrapposti alle maggiori tutele nei confronti delle avversità e, nel caso di reti anti-insetto, dal risparmio nell’utilizzo di agrofarmaci. 

Un aspetto assolutamente da non trascurare è poi l’efficienza del cantiere di raccolta, che viene fortemente minata dalla presenza di frutti danneggiati da pioggia o da Drosophila, determinando repentini aumenti di costo per via dei maggiori tempi di raccolta e selezione.

Dal punto di vista economico, dato lo sfasamento temporale dei tempi produttivi, nel calcolo dei costi diventa cruciale considerare anche l’aspetto finanziario, connesso al costo del denaro.

Nel grafico 1 si presenta, pertanto, un sintetico confronto fra 3 tipologie di impianto, a media densità (MDP), alta densità (HDP) e altissima densità (VHDP), considerati sia in assenza di copertura, sia in presenza di rete anti-grandine e pioggia o completa anti-insetto. L’area di riferimento è l’Emilia-Romagna, mentre i dati produttivi sono riferiti ad una media fra le cultivar Ferrovia e Regina.

I costi evidenziati rappresentano i valori soglia di recupero dei capitali investiti, calcolati sulla base del ciclo economico di vita degli impianti e considerano, dunque, anche l’impatto finanziario (sulla base di un tasso di sconto del 4%) dovuto alle diversità dei cicli produttivi.

Come rilevabile, in termini di densità, sono gli impianti HDP a registrare i minori costi, grazie ad un più equilibrato mix tra entrata in produzione, rese, tempi di raccolta e durata complessiva degli impianti. Il ceraseto a media densità soffre, invece, della minor resa produttiva e della più lenta entrata in produzione, mentre quello ad altissima densità, superiore in resa e velocità di entrata in produzione, soffre però della più limitata vita produttiva, oltre che di costi di impianto molto elevati.

Relativamente alle coperture, dai calcoli si rileva un aggravio medio dei costi di circa 0,35 €/Kg sugli impianti MDP e HDP rispetto alle versioni scoperte (+15%), ma va considerato che i calcoli sono stati condotti a parità di resa, mentre nel concreto occorre fare i conti con le avversità climatiche e biotiche. 

Alla luce di quanto già evidenziato (perdite produttive e incremento dei costi di raccolta) sono sufficienti poche annate negative nella vita degli impianti per determinare un forte balzo dei costi reali degli impianti privi di copertura.

Concludendo, è doveroso prestare attenzione alla questione prezzi. Nel grafico 2 sono evidenziate le quotazioni medie per Ferrovia nel mese di giugno sulle piazze di Modena e Bari e, come rilevabile, i valori sono ben diversificati. 

Nell’area Modenese, ad eccezione della deficitaria campagna 2020, i prezzi del quinquennio 2018-2022 si sono mantenuti attorno a 3 euro/Kg, mentre nel Barese in 3 anni su 5 non si è andati oltre 1,5 euro/Kg. Le quotazioni dell’area Modenese, dunque, hanno consentito di generare un positivo margine di reddito, anche se chiaramente solo per le imprese che hanno mantenuto un livello produttivo in linea con i valori medi considerati. 

Per la sostenibilità economica della cerasicoltura, tuttavia, non si può prescindere dal mantenere in atto forti azioni di valorizzazione del prodotto, che ne evitino la massificazione e, quindi, ne limitino l’esposizione alle mere dinamiche di mercato.


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