Il biodinamico visto dal ceraseto: quando il suolo supera i pregiudizi

25 mag 2026
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Nel dibattito sul biodinamico, spesso diviso tra convinzioni agronomiche e letture più culturali, l’esperienza diretta di campo può offrire una prospettiva diversa. È il caso di Massimo Biondi, frutticoltore cesenate e socio Apofruit, che sulle prime colline di Cesena ha costruito un modello produttivo fondato su fertilità del suolo, biodiversità e attenzione al microbiota.

La sua azienda è stata visitata nell’ambito di InsideSAF 2026, il simposio di Spettacoli alla Frutta svoltosi nei giorni scorsi a Cesenatico. Un’occasione per osservare da vicino come il metodo biodinamico possa tradursi in pratiche concrete, soprattutto nella gestione di un ceraseto moderno.

Un ceraseto Sweet su Gisela 6

Biondi conduce circa 30 ettari di frutteto interamente in biodinamico, con colture rappresentative del territorio romagnolo: pesche, nettarine, susine, kaki, pere e ciliegie.

La visita si è concentrata su un impianto di ciliegio di quasi un ettaro, alla quinta foglia, composto da diverse varietà della serie Sweet, tra cui Aryana, Lorenz e Saretta. Le piante sono innestate su Gisela 6 e protette da rete antipioggia e antigrandine monofila.

Secondo Biondi, l’investimento richiesto è stato significativo, ma i risultati stanno confermando la validità della scelta. L’obiettivo produttivo è compreso tra 80 e 100 quintali per ettaro e, fino a questo momento, la redditività dell’impianto ha risposto alle attese.

Dal biologico al biodinamico

Il percorso dell’agricoltore romagnolo nasce da una storia personale non lineare. Dopo il diploma da perito agrario e un’esperienza come vigile del fuoco, Biondi è rientrato in azienda per lavorare al fianco del padre.

La conversione al biologico è arrivata subito, alla fine degli anni Novanta, in una fase in cui il comparto iniziava a crescere anche grazie al ruolo di Almaverde Bio. Nel tempo l’azienda ha triplicato le superfici, fino alla scelta di adottare il biodinamico.

A guidare questa evoluzione è stato soprattutto l’interesse per il terreno. Per Biondi, infatti, la gestione della fertilità non può limitarsi all’apporto di concimi organici dall’esterno, ma deve puntare a costruire un suolo più vivo, capace di sostenere la pianta in modo equilibrato.

Sovesci, microbiota e sostanza organica

Il cuore del metodo è il lavoro sul suolo. L’obiettivo è incrementare la sostanza organica e, allo stesso tempo, stimolare il microbiota, cioè l’insieme di microflora e microfauna che contribuisce alla vitalità del terreno.

Da qui deriva l’attenzione costante ai sovesci: scelta delle essenze, gestione delle colture di copertura, allettamento con strumenti come il roller crimper e arieggiamento del terreno con attrezzature dedicate.

I risultati, secondo l’agricoltore, sono evidenti anche nei numeri. Il contenuto di sostanza organica è passato dallo 0,9% a quasi il 3%. Un aumento che si riflette sulla struttura del terreno, sull’attività radicale, sulla fertilità complessiva e sulla capacità di gestire l’acqua.

Per Biondi, questa condizione permette alle giovani piante di partire meglio già dal trapianto, con uno sviluppo più vigoroso rispetto a impianti condotti con sistemi convenzionali.

Biodiversità come alleata del frutteto

Nel modello adottato dall’azienda, la biodiversità non è un elemento accessorio, ma una componente agronomica. La presenza di un ecosistema più ricco contribuisce alla gestione degli insetti parassiti e migliora la capacità del suolo di fissare e rendere disponibili i nutrienti.

Nel racconto di Biondi torna spesso il concetto di humus vivo. In biodinamica questo equilibrio viene sostenuto anche attraverso il cornoletame, preparato fitormonico ottenuto inserendo letame in corna bovine e lasciandolo maturare nel terreno.

L’agricoltore spiega che l’interazione con la cheratina, nel corso dei mesi, genera un humus di particolare qualità, poi diluito in acqua e distribuito al suolo.

La sfida dei patogeni fungini

La gestione delle malattie fungine resta uno degli aspetti più delicati, soprattutto in annate caratterizzate da eventi meteorologici estremi. Biondi sottolinea che l’impiego di prodotti fitosanitari consentiti resta necessario, ma deve essere inserito in una strategia più ampia, capace di considerare insieme pianta, terreno e ambiente.

È proprio questo approccio sistemico a rendere interessante l’esperienza: non una semplice adesione a un metodo, ma un percorso tecnico costruito su osservazione, prove in campo e conoscenza agronomica.

Uno sguardo oltre i pregiudizi

Il biodinamico continua a suscitare opinioni diverse, soprattutto tra chi arriva da una formazione agraria tradizionale. Tuttavia, esperienze come quella di Massimo Biondi mostrano che, quando il metodo viene applicato con competenza, rigore e capacità di lettura del suolo, può offrire spunti concreti per la frutticoltura del futuro.

Nel caso del ciliegio, coltura ad alto valore ma sempre più esposta a rischi climatici e fitosanitari, la costruzione di fertilità e resilienza parte da ciò che spesso rimane invisibile: il terreno. Ed è proprio lì, sotto la superficie, che si gioca una parte decisiva della sostenibilità produttiva.

Fonte testo e immagine: www.italiafruit.net


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