Stagione delle ciliegie pugliesi: piogge e prezzi frenano l’avvio

15 mag 2026
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Tra clima sfavorevole e concorrenza crescente, l’avvio della campagna cerasicola pugliese 2026 mette sotto pressione varietà precoci e operatori, mentre le attese si spostano su cultivar a pasta dura e Ferrovia

Per la ciliegia, si sa, maggio vale una stagione. È il mese in cui la raccolta entra nel vivo, la domanda cresce e il valore si concentra in una finestra commerciale stretta, esposta a ogni variazione del meteo. Ma quando l’avvio parte con piogge insistenti, cracking e frutti segnati dal vento, anche una campagna partita con buone prospettive produttive torna a fare i conti con la fragilità di un comparto già provato. A confermare la complessità del quadro è anche l’allarme lanciato da Coldiretti Puglia, che nel Sud-Est barese stima danni fino al 40% sulle Bigarreau, con frutti compromessi dall’eccesso di acqua e dal vento nelle aree di Conversano, Rutigliano, Turi, Castellana Grotte e Casamassima. Al danno produttivo si somma poi la pressione sui prezzi, scesi in pochi giorni su livelli molto più bassi rispetto alle prime battute della raccolta.

A fare il punto sulla stagione delle ciliegie 2026 è Alessandro Nisi della Di Palma Food Srl, realtà di Conversano attiva nel commercio all’ingrosso di frutta e ortaggi freschi dal 2001.

La stagione delle ciliegie 2026 è ormai entrata nel vivo con la raccolta delle varietà precoci. Le piogge delle ultime due settimane, però, ne hanno condizionato l’avvio: quali effetti si osservano?

Il problema ha riguardato soprattutto la varietà Bigarreau, ma, più in generale, le varietà precoci ormai prossime alla raccolta. Stiamo ancora raccogliendo, ma il risultato non è quello atteso. A inizio campagna c’erano buone premesse, anche in termini di volumi; poi il meteo ha cambiato il quadro. Le piogge non sono state violente, ma continue. Ed è proprio questa persistenza, associata a umidità elevata e frutti ormai maturi, ad aver creato le condizioni più critiche. Oltre ad aver favorito il cracking, manifestatosi in modo evidente sulle produzioni pronte per essere raccolte, compromettendo la qualità commerciale e riducendo la quantità di prodotto realmente valorizzabile, i frutti hanno mostrato danni da sfregamento legati al vento. E sulla ciliegia anche un danno apparentemente limitato può diventare un problema serio, perché quando la struttura cellulare del frutto viene compromessa parte rapidamente l’imbrunimento. Questo significa shelf-life più bassa, maggiore difficoltà nella gestione in magazzino e minore tenuta commerciale. In una fase in cui il mercato è già competitivo, presentarsi con un prodotto fragile riduce ulteriormente la capacità di difendere il prezzo.

Dal punto di vista fitosanitario, il clima di questi giorni può aprire ulteriori criticità?

La difesa è stata impostata regolarmente fino alla maturazione, quindi non parliamo di una campagna trascurata sotto il profilo fitosanitario. Il punto è che pioggia, umidità e terreni bagnati creano un contesto favorevole ad alcuni problemi. C’è attenzione per una possibile maggiore presenza di Ceratitis capitata, ma il timore principale resta legato a Drosophila suzukii, perché con frutti maturi e umidità persistente le condizioni diventano più favorevoli. Speriamo che la situazione resti sotto controllo, ma questa fase richiede monitoraggio costante.

Quanto pesa questo avvio difficile su una campagna che, almeno nelle attese, avrebbe potuto contare su buoni volumi?

Pesa molto, perché la prima parte della campagna non sta andando come ci si aspettava. Non è ancora finita, ma è evidente che l’avvio è stato penalizzato. A questo punto bisogna guardare alla seconda parte, che arriverà fino a fine giugno con le varietà tardive e soprattutto con la Ferrovia. Il problema è che per la ciliegia il tempo commerciale è breve. Se perdi la prima finestra, non hai molti margini per recuperare. E quando a una qualità non ottimale si somma una buona disponibilità di prodotto da altri areali, italiani e spagnoli, diventa più difficile riconoscere al produttore il valore che meriterebbe.

Ciliegie della varietà Bigarreau in impianto sotto copertura

Il tema delle coperture torna quindi centrale?

Assolutamente sì. Quest’anno lo dimostra in modo netto: chi dispone di coperture ha ottenuto un risultato molto migliore. Non parliamo di un vantaggio marginale, ma di una differenza sostanziale nella capacità di preservare il frutto. In campo aperto può succedere che un operaio raccolga 70 chili e che una parte consistente debba essere scartata. Sotto copertura, invece, lo scarto si riduce molto, perché il frutto non resta bagnato per ore, soprattutto durante la notte, quando le temperature si abbassano e le escursioni termiche incidono ulteriormente.

Bisogna distinguere due situazioni: un conto è il cracking legato all’acqua assorbita dalla pianta e trasferita al frutto; un altro conto è lasciare le ciliegie bagnate a lungo sulla pianta. Sono dinamiche diverse, ma entrambe pesano sulla qualità. Le coperture servono proprio a ridurre questa esposizione.

Quindi non sono più uno strumento per anticipare, ma per proteggere la produzione?

Esatto. Le coperture non devono essere considerate solo come uno strumento per anticipare o gestire meglio la raccolta. Oggi sono un sistema di tutela del frutto, del reddito aziendale e della continuità commerciale. Non possiamo pensare che un comparto venga compromesso da due o tre giorni di pioggia. Quest’anno non abbiamo avuto eventi estremi o temporali distruttivi; abbiamo avuto piogge leggere, ma continue. Eppure è bastato per mettere in difficoltà una parte importante della produzione. Questo significa che il problema non è solo climatico, ma anche strutturale.

Sul mercato, come si stanno muovendo i prezzi rispetto agli ultimi anni?

Rispetto agli ultimi due anni siamo sicuramente sotto. Quest’anno c’è produzione nel Veronese, in Emilia-Romagna, in Campania e soprattutto in Spagna. Quando l’offerta è abbondante e la qualità non è perfetta, il mercato diventa molto selettivo. Tolti i primissimi giorni, oggi con la Bigarreau ci si muove indicativamente tra 2,50 e 3,50 euro al chilo al produttore. Le ciliegie a pasta dura riescono a spuntare qualcosa in più, circa un euro di differenza, ma la pressione resta forte. In queste condizioni il produttore fatica a vedere riconosciuto il valore del proprio lavoro.

Che cosa servirebbe al comparto per uscire da questa fragilità ricorrente?

Senza dubbio una forma di aggregazione, non necessariamente commerciale, ma strategica. Bisogna costruire un percorso comune per studiare strumenti di ripresa, sviluppo e tutela della produzione. Il comparto ha bisogno di una visione più organizzata. Le coperture sono una parte della risposta, ma serve anche una strategia condivisa, sulla scia di quello che in alcuni areali del Nord Italia è già stato fatto. Senza questo salto tecnico e organizzativo, rischiamo di ripetere ogni anno lo stesso schema: buone potenzialità produttive, una finestra commerciale breve e una parte del valore persa appena il clima diventa sfavorevole.

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

Fonte immagine: Stefano Lugli


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