Clima estremo minaccia le ciliegie italiane, crollano i raccolti e salgono i prezzi

08 ott 2026
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Le ciliegia italiana è sempre più esposta agli effetti della crisi climatica.

Gelate tardive, piogge intense durante la fioritura e la maturazione, improvvise escursioni termiche e venti violenti stanno rendendo una delle produzioni simbolo dell’agricoltura made in Italy più difficile e costosa da programmare.

La riduzione delle produzioni non sempre viene compensata da un aumento della produttività per ettaro, e il risultato di questa crescente volatilità dei raccolti si riflette direttamente sui prezzi.

Dal campo allo scaffale, infatti, la differenza tra quanto viene riconosciuto agli agricoltori e quanto il consumatore paga è sempre più ampia.

I dati sulla produzione di ciliegie in Italia, perché si parla di crisi

Secondo il rapporto Istat pubblicato il 4 settembre 2026, tra il 2006 e il 2025 la produzione di ciliegie ha registrato una contrazione del 20,9%, accompagnata da una diminuzione della resa del 18,5%. Eppure il nostro Paese continua a essere uno dei principali produttori europei.

Come risulta dalle più recenti elaborazioni Ismea, l’Italia produce mediamente 97 mila tonnellate di ciliegie dolci all’anno, pari al 17% della produzione dell’Unione europea. Davanti all’Italia si trova solo la Spagna, con il 20%. A seguire invece si posizionano

  • Grecia, con il 15%;
  • e Polonia, con il 12%.

Anche sul fronte delle superfici coltivate, secondo Eurostat, Italia e Spagna condividono il primato continentale con circa 28 mila ettari destinati alla coltivazione delle ciliegie.

Il problema, dunque, non è l’assenza di una filiera importante, ma la crescente difficoltà nel mantenere stabile la produzione.

I danni del cambiamento climatico

La cerasicoltura ha già di per sé un costo elevato. La raccolta è in larga parte manuale, mentre il prodotto è particolarmente delicato e deve essere commercializzato rapidamente.

Quando a queste criticità strutturali si sommano i danni generati dagli eventi meteorologici estremi, inevitabilmente la sostenibilità economica dell’intera filiera viene compromessa.

È così che il cambiamento climatico, oltre ad essere un problema che rischia di compromettere la quantità delle ciliegie disponibili, diventa anche una spesa extra per produrle.

In Puglia, per esempio, come segnalato da Massimiliano Del Core, presidente di Confagricoltura Bari-Bat, questi fenomeni hanno portato la produzione delle aree pugliesi storicamente più redditizie al di sotto della soglia minima di sostenibilità economica.

Sono bastate dye gelate notturne durante la crescita delle gemme, otto giorni di pioggia nella fase di fioritura e successivamente forti venti di scirocco e maestrale durante la crescita e la maturazione dei frutti per generare questo dissesto.

Le regioni messe peggio

È soprattutto nel territorio pugliese che il clima ha messo più a dura prova il polo cerasicolo, che è anche uno dei più estesi a livello nazionale. Qui, secondo Ismea, si concentrano circa il 65% delle superfici e il 35% dei volumi italiani

Il caso dei ciliegeti in Puglia è stato denunciato anche da Wwf Italia, che in un report sui danni causati dalla crisi climatica ha segnalato un crollo del 70% dei raccolti di ciliegie nel 2025, con punte del 100% in diverse aree del Sud Est barese proprio a causa delle gelate di marzo e aprile.

Il gelo ha infatti danneggiato i fiori nel momento più delicato del ciclo produttivo, compromettendo la successiva formazione dei frutti.

Il crollo pugliese ha poi provocato una reazione a catena lungo tutta la filiera. Come spiegato dagli esperti, se un territorio che concentra la maggior parte delle coltivazioni viene danneggiato, allora anche a livello nazionale la merce inizia a scarseggiare e i prezzi inevitabilmente salgono.

È questo il fenomeno noto come climateflation, cioè il rincaro dei generi alimentari legato agli effetti del cambiamento climatico sulla disponibilità dei prodotti. Così, nello stesso periodo della crisi in Puglia, i prezzi delle ciliegie sono saliti in tutta Italia.

In alcune grandi città le ciliegie hanno raggiunto 20 euro al chilo, con una media compresa tra 10 e 15 euro, mentre il prezzo maggiore – 23 euro al chilo – si è registrato a Milano.

Di quanto sono aumentati i prezzi

Il trend al rialzo dei costi va avanti di fatto da anni. Come rivelato da Ismea:

  • nel 2024 la campagna si era chiusa con le quotazioni all’origine in crescita del 4%, con prezzi medi saliti da 3,30 a 3,44 euro al chilogrammo. Nello stesso periodo il prezzo al dettaglio del prodotto confezionato era arrivato a 8,68 euro al chilogrammo, con un aumento del 4,8%;
  • nel 2025 la scarsità dell’offerta ha spinto ulteriormente le quotazioni all’ingrosso. Il bollettino della Borsa Merci di Bari ha registrato per la varietà Ferrovia prezzi compresi tra 6 e 8 euro al chilogrammo, tra 4,50 e 6 euro per la Bigarreau e tra 5 e 6,50 euro per la Giorgia.

La situazione è cambiata nel 2026, e ancora una volta le condizioni climatiche hanno avuto il loro peso.

Quello che è successo però è che l’assenza di gelate tardive e l’andamento meteorologico favorevole hanno consentito una ripresa della produttività e un calo dei prezzi. Nel dettaglio:

  • i prezzi agricoli medi sono scesi a 2,38 euro al chilo (-15,4% sullo storico secondo Ismea Mercati);
  • i prezzi all’ingrosso e le quotazioni sono variate dai 3,00 ai 7,00 euro al chilo (con le varietà precoci come le Bigarreau comprese tra 4,00 e 8,00 euro al chilo e calibri minori scesi fino a 2,00 euro).

Tuttavia, questo non ha portato a nessun vantaggio per i consumatori. A causa della guerra in Medio Oriente e alla conseguente crisi di Hormuz, l’aumento dei costi di logistica e trasporti hanno mantenuto i prezzi al dettaglio su livelli più alti, oscillando tra i 10,00 e i 17,00 euro al chilo nei mercati e supermercati urbani.

Per questo motivo, il prodotto viene ancora percepito come caro, i consumi da parte delle famiglie sono diminuite e anche quest’anno – seppur per motivi diversi – raccogliere costa più di quanto si incassa. Il rischio è che, continuando così, nei prossimi anni le ciliegie italiane potrebbero non arrivare più nei supermercati e, quindi, nelle nostre tavole.

Fonte immagine: Stefano Lugli

Federica Petrucci
EDITOR ESPERTA DI ECONOMIA E ATTUALITÀ, QUIFINANZA


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