Uno studio scientifico condotto da ricercatori cileni ha analizzato in che modo la nutrizione minerale possa essere correlata all’imbrunimento interno delle ciliegie. Un successivo studio su ‘Regina’ ha dimostrato che determinate applicazioni fogliari di fosforo hanno ridotto del 29% l’incidenza di questa fisiopatia.
Una ciliegia può lasciare il frutteto apparentemente perfetta e, alcune settimane dopo, rivelare al proprio interno un problema in grado di comprometterne il valore commerciale. L’imbrunimento interno è diventato una delle criticità della produzione di ciliegie destinate ai mercati più lontani, soprattutto per le varietà e nelle aree produttive in cui i frutti devono mantenere la propria qualità durante lunghi periodi di conservazione e trasporto.
E parte della risposta potrebbe trovarsi molto prima che i frutti entrino nello stabilimento di confezionamento.
La nutrizione dell’albero, in particolare l’equilibrio tra azoto (N) e fosforo (P), sembra essere un fattore capace di influire sulla consistenza, sul contenuto di antiossidanti, sulla stabilità dei tessuti e, in definitiva, sulla capacità delle ciliegie di resistere durante la post-raccolta.

Nutrizione e ricerca
Questa è stata una delle principali ipotesi analizzate nell’articolo scientifico “The Potential Roles of the N and P Supplies on the Internal Browning Incidence in Sweet Cherries in the Southern Chile”, realizzato da Cristóbal Palacios-Peralta, Marjorie Reyes-Díaz, Jorge González-Villagra e Alejandra Ribera-Fonseca e pubblicato sulla rivista Horticulturae.
Il lavoro consiste in una revisione scientifica: gli autori hanno quindi analizzato le evidenze disponibili per comprendere in che modo l’azoto e il fosforo potrebbero intervenire nello sviluppo dell’imbrunimento interno, sottolineando la necessità di validare successivamente queste ipotesi in condizioni produttive.
La dottoressa Ribera-Fonseca dell’Universidad de La Frontera (UFRO) ha avviato i propri studi attraverso il Progetto PTEC sulla post-raccolta delle ciliegie.
Quest’ultimo punto è importante per i produttori: lo studio originale non definisce un protocollo di fertilizzazione per il ciliegio, ma individua alcuni processi fisiologici e agronomici che possono aiutare a spiegare perché determinati frutti presentino una maggiore capacità di conservazione rispetto ad altri.
Un difetto che si sviluppa dall’interno
L’imbrunimento interno è particolarmente complesso perché non è necessariamente visibile al momento della raccolta o del confezionamento dei frutti.
Dal punto di vista fisiologico, il fenomeno è associato a processi ossidativi. Gli enzimi polifenolossidasi, o PPO, partecipano all’ossidazione dei composti fenolici, generando chinoni che successivamente danno origine ai caratteristici pigmenti bruni dei tessuti colpiti.
In altre parole, il frutto può conservare esternamente un aspetto commerciale accettabile e, allo stesso tempo, presentare alterazioni della polpa dopo alcune settimane di conservazione.
La fisiopatia assume una rilevanza ancora maggiore in un settore come quello cileno, nel quale una parte considerevole della produzione deve affrontare una lunga catena logistica prima di raggiungere il consumatore.
Conservazione e suscettibilità
Le ricerche sulla post-raccolta indicano che questo deterioramento aumenta con il prolungarsi del periodo di conservazione e che varietà come Regina e Skeena possono mostrare una particolare suscettibilità in caso di stoccaggio prolungato.
Per comprendere il legame con la fertilizzazione è necessario osservare che cosa accade all’interno del frutto.
Le ciliegie contengono numerosi composti antiossidanti, tra cui fenoli, antociani e acido ascorbico, che contribuiscono a difendere i tessuti dai processi ossidativi. La revisione scientifica indica che livelli più elevati di questi composti potrebbero contribuire a ridurre la suscettibilità all’imbrunimento.
Da qui nasce una domanda agronomica rilevante: la nutrizione dell’albero può modificare questa capacità antiossidante e, di conseguenza, il successivo comportamento dei frutti?
Azoto e fosforo
Le evidenze analizzate dai ricercatori indicano l’esistenza di una potenziale relazione, anche se i nutrienti non agiscono tutti nello stesso modo e la loro risposta non è lineare. È proprio in questo contesto che entrano in gioco azoto e fosforo.
L’azoto è indispensabile per la crescita del ciliegio. Partecipa alla formazione di proteine, enzimi e tessuti e influisce direttamente sullo sviluppo vegetativo.
Ciò non significa, tuttavia, che aumentarne indefinitamente la disponibilità migliori la qualità dei frutti.
La revisione scientifica evidenzia che un apporto eccessivo di azoto può compromettere gli attributi legati alla qualità e alla conservabilità di diverse specie frutticole. Tra gli effetti descritti figurano una minore consistenza, alterazioni della composizione fenolica e una ridotta capacità di conservazione.
Equilibrio nutrizionale
Secondo gli autori, questi elementi giustificano la necessità di approfondire tale relazione specificamente nelle ciliegie prodotte nel sud del Cile.
La raccomandazione non consiste nel limitare arbitrariamente l’azoto, bensì nell’evitare squilibri nutrizionali e adeguarne l’apporto alle reali esigenze del frutteto.
Un albero eccessivamente vigoroso non produce necessariamente frutti meglio preparati ad affrontare diverse settimane di post-raccolta.
Il fosforo presenta una situazione particolarmente interessante nel sud del Cile.
Terreni vulcanici
Gran parte dei terreni vulcanici di quest’area possiede un’elevata capacità di trattenere o adsorbire il fosforo. Ciò significa che un terreno può contenere quantità importanti di questo elemento e, contemporaneamente, presentarne una frazione relativamente ridotta disponibile per l’assorbimento da parte delle piante.
Le ricerche condotte sugli Andisuoli cileni hanno descritto proprio questa elevata capacità di fissazione del fosforo e la conseguente riduzione della sua disponibilità.
Questa caratteristica diventa sempre più rilevante con l’espansione della coltivazione del ciliegio verso le regioni meridionali e con l’impiego di coperture plastiche per le varietà tardive.
Questi sistemi consentono di proteggere le colture da fenomeni come le precipitazioni, ma generano anche un particolare ambiente produttivo che può incidere sulle caratteristiche qualitative e sulla conservabilità dei frutti.
Ipotesi del 2022
Lo studio scientifico del 2022 ipotizzava che un adeguato apporto di fosforo potesse intervenire nei processi legati ai solidi solubili, al metabolismo secondario, agli antiossidanti e alla fisiologia della post-raccolta.
All’epoca, tuttavia, gli stessi autori sottolineavano la mancanza di prove sperimentali in campo nelle condizioni del sud del Cile, necessarie prima di trasformare tale ipotesi in una raccomandazione per la coltivazione del ciliegio.
Tre anni dopo sono emerse evidenze dirette su ‘Regina’
È proprio su questo punto che i successivi sviluppi della ricerca diventano particolarmente interessanti.
Uno studio pubblicato nel 2025 ha valutato le applicazioni fogliari di fosforo su ciliegie cv. Regina coltivate sotto copertura plastica nel sud del Cile. I ricercatori hanno confrontato un controllo non trattato con trattamenti effettuati utilizzando 1,5 e 2,2 L ha⁻¹ del prodotto impiegato nella sperimentazione, valutando i frutti sia al momento della raccolta sia dopo la conservazione.
I risultati hanno evidenziato un aspetto particolarmente importante per i produttori.
Qualità commerciale
Le applicazioni di fosforo non hanno prodotto differenze significative nel peso medio, nel calibro medio o nel contenuto di solidi solubili. L’effetto, quindi, non si è manifestato semplicemente attraverso “più chilogrammi” o “un maggiore contenuto zuccherino”.
Sono invece emerse differenze negli attributi direttamente legati alla qualità commerciale e alla conservabilità.
La ricerca ha registrato una maggiore percentuale di frutti con calibro superiore a 32 mm, una maggiore presenza di ciliegie appartenenti alla categoria cromatica Dark Mahogany e un incremento dei composti antiossidanti, come fenoli totali e antociani.
Il risultato più significativo è però emerso dopo il periodo di conservazione.
Il 29% in meno di imbrunimento interno
Nel trattamento effettuato con 2,2 L ha⁻¹ del prodotto utilizzato specificamente dai ricercatori, l’incidenza di diverse fisiopatie di post-raccolta è diminuita rispetto al controllo.
Lo studio ha registrato riduzioni del 70% del pitting, del 31% della disidratazione, del 56% dell’“orange peel”, o pelle di lucertola, e del 29% dell’imbrunimento interno.
Il risultato fornisce un’evidenza sperimentale a sostegno di un’ipotesi che, tre anni prima, era stata formulata principalmente sulla base di una revisione della letteratura: la gestione nutrizionale precedente alla raccolta può mostrare i propri effetti alcune settimane dopo, quando i frutti sono conservati o stanno per raggiungere il consumatore.
Sarebbe tuttavia scorretto interpretare questi risultati come una raccomandazione generale ad applicare 2,2 L ha⁻¹ di fosforo in qualsiasi frutteto.
Applicazione in frutteto
Questa dose si riferisce al prodotto, alla formulazione, alla cultivar, all’ambiente e al protocollo impiegati nella sperimentazione. Prima di trasferirla a una realtà commerciale è necessario considerare le analisi del terreno e dei tessuti vegetali, il livello iniziale di fosforo, la varietà, il portinnesto, il carico produttivo, il vigore, la gestione irrigua, le precedenti fertilizzazioni e le caratteristiche specifiche del prodotto utilizzato.
È questo uno dei messaggi principali che emerge da questa linea di ricerca: la nutrizione di un frutteto destinato a produrre ciliegie per esportazioni a lunga distanza non dovrebbe essere valutata soltanto in funzione della crescita e della resa. Anche la qualità dei frutti all’arrivo deve entrare nell’equazione.
Un apporto di azoto sufficiente a sostenere la produzione, ma senza eccessi; una disponibilità di fosforo adeguata alle caratteristiche del terreno; l’equilibrio con gli altri nutrienti; il controllo del vigore; un carico produttivo appropriato e la corretta individuazione del momento di raccolta fanno tutti parte dello stesso sistema.
Questo aspetto è particolarmente rilevante nei terreni vulcanici del sud, dove considerare esclusivamente il contenuto totale di fosforo può risultare fuorviante a causa dell’elevata capacità di fissazione dell’elemento.
Diagnosi nutrizionale
Per questo motivo, una diagnosi basata sulle analisi del terreno e dei tessuti vegetali, accompagnata dallo storico produttivo dell’appezzamento, assume un’importanza maggiore rispetto all’applicazione di programmi standard.
La post-raccolta comincia prima della raccolta
Per anni, gran parte delle soluzioni adottate per prolungare la conservabilità delle ciliegie si è concentrata, comprensibilmente, sulla refrigerazione, sulle atmosfere modificate, sul confezionamento e sulla gestione successiva alla raccolta.
Queste ricerche aggiungono un’ulteriore dimensione.
Un frutto che presenta migliori condizioni fisiologiche e biochimiche al momento della raccolta parte avvantaggiato nell’affrontare il periodo di conservazione. Questo stato è il risultato complessivo delle decisioni prese durante mesi di gestione del frutteto.
Strategia complementare
Il Centro Fruticultura Sur riassume questa linea di ricerca sottolineando che una nutrizione equilibrata potrebbe diventare una strategia complementare per ridurre l’imbrunimento interno e preservare la qualità dei frutti durante le esportazioni a lunga distanza.
Sono tuttavia necessari ulteriori approfondimenti per elaborare raccomandazioni specifiche in base all’area e al sistema produttivo.
Il termine “complementare” è fondamentale: nessun fertilizzante può sostituire una raccolta effettuata al corretto stadio di maturazione, un raffreddamento tempestivo, un’efficiente catena del freddo o un’adeguata gestione del confezionamento.
Le evidenze cominciano però a dimostrare che non è sufficiente gestire perfettamente la post-raccolta se i frutti arrivano allo stabilimento di confezionamento già indeboliti dal punto di vista fisiologico.
Qualità nel tempo
Per i produttori cileni, e in particolare per quelli che coltivano ciliegie tardive nelle regioni meridionali, questa ricerca apre una sfida concreta: iniziare a valutare la fertilizzazione non soltanto chiedendosi quanto possa produrre l’albero, ma anche quale qualità dei frutti sarà possibile conservare 30, 35 o più giorni dopo la loro uscita dal frutteto.
Questo cambiamento di prospettiva può rivelarsi decisivo in un settore nel quale la vera qualità non è soltanto quella osservata al momento della raccolta, ma quella che riceve il cliente finale.
Fonte: www.diariofruticola.cl
Fonte immagine: Stefano Lugli
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