Ci sono incontri che non si limitano a restare nella memoria, ma diventano una lente attraverso cui rileggere il proprio lavoro. Per chi scrive, come per tanti altri che vivono il movimento di Slow Food, l'incontro con Carlo Petrini è stato uno di questi momenti: ogni conversazione o intervento era capace di restituire senso, profondità e soprattutto direzione a ciò che spesso rischia di essere ridotto a discorso tecnico o gestionale.
La scomparsa di Carlo lascia aperta una domanda che lui stesso non avrebbe mai smesso di porre: che tipo di agricoltura vogliamo?

La biodiversità come infrastruttura
Uno dei passaggi più fecondi del suo pensiero è l'idea che la biodiversità non sia un elemento accessorio dell'agricoltura, ma la sua infrastruttura profonda. Senza diversità genetica, varietale e paesaggistica, il sistema perde resilienza e diventa più esposto alle crisi climatiche, economiche e fitosanitarie.
Era un'intuizione che anticipava ciò che la ricerca scientifica oggi misura con strumenti sempre più precisi. Il modello agricolo che Slow Food fotografa e critica riduce la biodiversità puntando sulla specializzazione e sull'efficienza delle produzioni intensive: una scelta che risponde alle esigenze economiche nel breve periodo, ma che indebolisce il sistema nel lungo.
I numeri globali sono difficili da ignorare. Nell'ultimo secolo, oltre il 90% delle varietà agricole coltivate è scomparso dai campi degli agricoltori. Delle circa 6.000 specie vegetali utilizzate come cibo, sole nove colture contribuiscono oggi al 66% della produzione agricola mondiale, una concentrazione senza precedenti nella storia dell'agricoltura. Slow Food ha risposto a questa crisi costruendo l'Arca del Gusto, un catalogo internazionale che oggi raccoglie oltre 6.600 prodotti a rischio di estinzione provenienti da più di 130 paesi, e dal quale emerge ogni anno una fotografia sempre più nitida di ciò che stiamo perdendo: varietà vegetali, razze animali, saperi rurali, paesaggi.
Nel mondo della cerasicoltura, la selezione di cultivar commerciali moderne, avviata tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, ha innescato il declino delle varietà tradizionali locali in tutta Europa. Più di recente, questa tendenza è proseguita con la diffusione di pratiche monocolturali intensive e la concentrazione su poche cultivar ad alte prestazioni economiche, con il risultato che intere tradizioni europee di coltivazione del ciliegio sono andate perdute. Sul piano genetico, la diversità del
ciliegio dolce appare ridotta a causa dell'uso ripetuto di pochi cloni fondatori nei programmi di miglioramento varietale, e le principali varietà commerciali americane ed europee mostrano oggi una base genetica molto ristretta ed è proprio su questa che si gioca il futuro della cerasicoltura.

Specializzazione produttiva: efficienza a che prezzo?
Il modello agricolo dominante segue una logica precisa in cui gli asset principali sono varietà sempre più performanti e uniformi a livello globale, sviluppate in areali altamente specializzati che si integrano temporalmente, concentrano l'offerta e ottimizzano i costi. Nel breve periodo questo modello può funzionare, ma nel lungo periodo secondo l’analisi del fondatore di Slow Food questo approccio produce fragilità e esternalità negative. La mancanza di diversità delle colture, abbinata al forte utilizzo di fertilizzanti e pesticidi, di frequente ha comportato alte incidenze di parassiti e malattie, erosione e perdita di fertilità dei suoli: un circolo vizioso in cui più si semplifica, più cresce la dipendenza da input chimici per compensare ciò che la diversità biologica garantirebbe naturalmente. La ricerca europea, nell'ambito del progetto DiverIMPACTS finanziato dalla Commissione, ha mostrato con chiarezza il meccanismo inverso: dove la diversificazione colturale è adottata, l'agricoltura diventa più resiliente e meno dipendente da fertilizzanti e pesticidi chimici. Dove convivono più specie e più varietà, i patogeni trovano meno ospiti uniformi su cui propagarsi, i predatori naturali trovano più habitat, il suolo mantiene più equilibrio biologico. La monocoltura intensiva, al contrario, offre ai patogeni un ambiente ideale.

La storia recente offre un esempio che racconta la fragilità del modello. La Turchia, primo produttore mondiale con quasi 100.000 ettari dedicati alla coltura, ha costruito negli ultimi decenni un modello orientato massimamente all'export e alla crescita dei volumi. Nel 2025, gelate tardive di eccezionale intensità hanno fatto crollare la produzione del 60% e le esportazioni dell'85%, lasciando un vuoto di migliaia di tonnellate che il mercato globale non ha saputo colmare. Questo episodio mostra con chiarezza come l’eccessiva dipendenza da pochi grandi poli produttivi renda l’intero sistema agroalimentare più fragile.
Questi eventi non sono più episodi isolati ma ricorrenti, segnali sempre più evidenti di una vulnerabilità strutturale. Petrini lo aveva detto con una chiarezza difficile da ignorare: "L'attuale produzione alimentare non è democratica e certamente non è sostenibile. Filiere alimentari globalizzate sempre più lunghe, complesse, omologate, hanno da tempo reciso molte di quelle relazioni tra unità ecologiche che rendevano la produzione di cibo il frutto di un rapporto sano con la natura." Ed è proprio su questa diagnosi che Slow Food ha costruito la sua risposta, basata su comunità di produttori radicate nel territorio e varietà autoctone integrate in sistemi agricoli diversificati. C’è chi la chiama nostalgia ma Petrini stesso rispondeva a chi lo accusava di guardare indietro, "questa è la vera modernità."

Un presidio come forma di resistenza culturale
È da questa prospettiva che prende valore il lavoro dei Presìdi Slow Food. I Presìdi sono progetti concreti che sostengono piccoli produttori impegnati nella salvaguardia di varietà, razze e prodotti tradizionali a rischio di scomparsa, fondati su comunità di agricoltori che condividono disciplinari di produzione, pratiche colturali sostenibili e una visione comune del territorio. Tra questi, il Presidio della Ciliegia Moretta di Vignola di cui sono il referente, come tante altre costituisce un'esperienza che non riguarda solo la tutela di una varietà frutticola, ma il tentativo di difendere un sistema agricolo, un paesaggio e una cultura rurale che rischiano di essere erosi dalla standardizzazione produttiva.
La Moretta di Vignola, cultivar di Prunus avium selezionata nei secoli sui colli modenesi, non è semplicemente una ciliegia. È il risultato di un adattamento lungo secoli, di una relazione stretta tra suolo, microclima e sapere contadino: una varietà che racconta un territorio perché nasce da una logica di equilibrio più che di massimizzazione, di colture che si intrecciavano e si sostenevano, e con cui l'agricoltore trovava una stabilità economica e produttiva che nessuna di esse avrebbe potuto costruire da sola.
Il Presidio della Ciliegia Moretta si muove ogni giorno dentro la complessità non come esercizio teorico, ma come pratica quotidiana: nella gestione delle annate difficili, nella difesa della qualità, nel confronto continuo tra esigenze produttive e tutela del patrimonio genetico, con pratiche colturali che rispettano i ritmi naturali.

Una visione che genera futuro
La lezione che arriva da esperienze come quella dei Presìdi e da figure come Petrini è controcorrente: il futuro non si costruisce riducendo la complessità, ma imparando a governarla.
In un mondo sempre più imprevedibile, e in cui la domanda di sostenibilità ambientale è ormai ineludibile, la biodiversità dimostra di non essere un ritorno al passato, ma una chiave per il futuro. L'innovazione tecnologica può diventare uno strumento fondamentale per alimentare un modello diverso, con la gestione agronomica di precisione e la riduzione degli input chimici e i sistemi di tracciabilità e di valorizzazione delle filiere corte che possono aiutare a proteggere le varietà e i modelli agricoli tradizionali.
Riccardo Marinelli
Presidio Slow Food Ciliegia Moretta
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